La femmine di pavone sono esseri curiosi. Scelgono il partner sessuale osservando la dimensione e i disegni contenuti su un’appendice posta all’estremità del corpo del maschio.

Serve a volare meglio? Serve a sfuggire meglio ai predatori? A nutrirsi meglio? No, eppure alle femmine piace, e se non hai la coda abbastanza lunga e con disegni adeguati, le tue speranze di riproduzione sono ridotte al lumicino.

Un’appendice così ingombrante richiede una forza e una velocità maggiore per sfuggire ai predatori e comporta un consumo calorico superiore. Una bella fregatura, insomma.

Se non fosse che un biologo israeliano, Amotz Zahavi, ha presentato una teoria secondo la quale è proprio il fatto che sia scomoda, costosa e, in definitiva, un handicap, a rappresentare un segnale oggettivo di buon patrimonio genetico: nonostante quella caratteristica sfavorevole, insomma, il pavone sopravvive. Quindi quello con la forma più sfavorevole deve avere un patrimonio genetico migliore e vivere più a lungo.

Ogni specie ha bisogno di escogitare segnali rapidi e facilmente comprensibili per trasmettere messaggi quanto più è possibile oggettivi. La comunicazione tra individui, altrimenti, sarebbe estremamente difficile.

Ma l’uomo ha ancora bisogno di questi segni? Visto che abbiamo oltre il 98% di patrimonio genetico in comune con le altre grandi scimmie antropomorfe (che non conoscono il linguaggio, comunque), anche noi ci serviamo di segnali rapidi ed arbitrari per comunicare. Sono messaggi che probabilmente neppure passano per entrambi gli emisferi e che si fermano ad un livello pre-conscio.

E’ per questo che godiamo infinitamente di attività come la poesia, il cinema, la pittura senza neppure conoscerne il motivo: ci comunicano in maniera profonda, viscerale, un messaggio che non comprendiamo fino in fondo. Ma ci piace.

Esistono criteri oggettivi, specifici, per approcciarsi all’arte? D’altra parte un dipinto segue delle leggi fisse ed immutabili che prevedono un colore, una superficie ed una forma. Ma le possibilità di combinare questi tre aspetti sono pressoché infiniti. L’unico criterio per giudicare un’opera resta, dunque, la concordanza emozionale che si interpone fra oggetto di osservazione ed osservatore.

Quanto più il rapporto è stretto, maggiore sarà il gradimento per l’opera. Viceversa sarà solo artigianato o, peggio ancora, pessima arte.

E’ qui che a critica si inserisce e stravolge le regole: indicandone le origini e discernendone i significati, immette lo spettatore in un percorso ermeneutico definito e delineato, instradandone, quindi, il gusto.

Ed ecco che si cominciano a formare i primi criteri oggettivi, non più perchè richiamano effettivamente una superiorità specifica, quanto piuttosto, come le code di pavone, diventano veicoli di messaggi arbitrari ma definibili da chiunque con la giusta preparazione.

La critica serve o svia? Nessun’attività dell’animo umano può mai essere superflua. Io sostengo da sempre che la critica può raggiungere essa stessa i crismi dell’arte, perchè può toccare con faciltà le corde emozionali di chi ne fruisce. Educata, colta, irrispettosa, può smuovere le acque e costituire percorso a sè stante di accrescimento. Ma non può – e non deve! – indicare LA strada. Può tuttalpiù definire un percorso, aiutare ad allacciare le scarpe.

Poi il viaggio, come sempre, lo deve fare il fruitore. Con i propri, miserabili e capricciosi, criteri soggettivi. Grazie al cielo.


Articolo pubblicato il giovedì, agosto 5th, 2010 alle 6:15 pm.
Categoria: blog.

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