lavagna colorata con einstein Quando si parla di talento elitario, di una facoltà che va fuori dalle regole e che costringe chi la possiede a seguirla come un cane che seguirebbe il proprio padrone fino alle porte dell’inferno e ancora oltre, a tutti noi si rizzano le antenne.

Sarà perché fin da piccoli, in fondo in fondo, intravediamo quella luce che ci illumina sovente la giornata, e più raramente la stessa vita. C’è chi vive di talento, chi ci campa col talento, chi lo lascia scivolare via come un’inopportuna presenza. Ma tutti lo conosciamo e lo intravediamo dentro di noi, anche se alle volte ce ne vergogniamo.

Perché il talento, per esistere, dev’essere riconosciuto da altri. Non basta affibbiarselo da soli, non conta averlo inespresso, non influisce se giace in un cassetto. Perché esso risplenda, invece, c’è bisogno di prendersi un rischio, di portarlo allo scoperto, di metterlo in discussione. Si può perdere un amore, un amico, un fratello, ma non si può perdere un talento. E’ la nostra parte più naturale, quella che più intrinsecamente legata alla nostra natura. Non il pensiero, non la ragione e neppure la manualità: ciò che distingue l’uomo, ogni uomo, da qualunque creatura che è comparsa sulla Terra è la sua intrinseca e inesorabile creatività. La capacità di percepire e di costruire un mondo nuovo, diverso da quello in cui si è venuti alla luce.

Caravaggio, Orwell, Shakespeare hanno dipinto il mondo intero, hanno filmato le anime e le hanno trasportate da oceano ad oceano finché le lavagne nere delle umane esistenze fossero pieno di immensi colori. Eppure le loro opere non sono nient’altro che tele rovinate, nastri tossici e alberi sprecati senza la scintilla che c’è dentro di noi che ci fa riconoscere di essere di fronte a “qualcos’altro”. Senza talento non si riconosce il talento. Non basta studiare, non serve conoscere, non importa sapere: c’è un carillon dentro di noi che deve risuonare. E’ un ispettore, a volte feroce, a volte libertino, che non risponde ai fatti, ma al suo cuore. Ed è per questo che, alle volte, al talento regaliamo estrema libertà: la libertà di affrancarsi dalle regole cui tutti noi sottostiamo, per innovare, riscrivere il mondo e illuminare i nostri cuori.

Quella di Lippi e Cassano, ad esempio, è una parabola moderna del nostro talento troppo spesso schiacciato da un giudice interno senza pietà, che ci costringe a sottostare alle sue regole ed è fortemente punitivo. Siamo tutti Cassano dentro e abbiamo tutti un Lippi che ci tarpa le ali, che non ci permette di essere vivi, liberi e di spiccare finalmente in volo.

Giocando fra questi due opposti prende forma l’animo dell’uomo, tormentato da due forze in contrasto, da un Es e un Super-Io, un Bambino e un Genitore, una creatività primaria e la paura di perdersi.

E non c’è salvezza, né ci potrebbe essere, che non porti ad una stabilità fra queste due forme fondamentali di approccio con la realtà. Stabilità che porti, infine, a riconoscere e valorizzare quella creatività primaria che rende la vita degna di essere vissuta. Pienamente e fino alla fine.


Articolo pubblicato il martedì, novembre 17th, 2009 alle 10:39 am.
Categoria: blog.

One Comment, Comment or Ping

  1. o'professore

    mah piu che altro cassano è un talentino e lippi è campione del mondo

Reply to “Il talento universale”