La legge sul prezzo del libro
Ultimamente si assiste all’ennesimo piagnisteo di una sparuta minoranza dell’editoria italiana (i mulini a vento) contro la legge che regolarizzerebbe il prezzo dei libri (“legge Levi“).

Cosa lamentano, questi 6 soggetti?
Che questa legge sul prezzo del libro “stabilisce un tetto agli sconti sui libri del 15% (sconto assai più alto di quello previsto da quasi tutte le leggi europee analoghe), ma questo tetto apparente viene poi smentito dalla possibilità per qualsiasi editore di fare tutte le promozioni che vuole, della durata di un mese, per undici mesi all’anno […] Questa legge libera, in pratica, il prezzo del libro”.

Cosa c’è di male?
Secondo loro liberare il prezzo del libro praticando sconti “selvaggi” equivarrebbe a far chiudere tutte le piccole librerie a favore della grande distribuzione. Sarebbe anche un danno agli editori indipendenti.

In che modo?
Secondo la loro opinione gli editori indipendenti non possono permettersi quegli sconti e le librerie indipendenti non lo otterrebbero proprio.

Questo è certamente ingiusto!
Un momento. Gli editori indipendenti non vendono gli stessi libri delle grandi case, per cui il fatto che non possano permettersi quegli sconti è ininfluente, visto che vendono prodotti diversi. E spesso molto più costosi, aggiungo io. Sulla questione che le librerie indipendenti non otterrebbero gli stessi sconti di quelle della grande distribuzione, Marco Polillo, il Presidente dell’Associazione Italiana Editori si è affrettato a precisare che “una promozione non è altro che una modifica del prezzo di copertina: se il principio generale specifica che è l’editore ad avere la facoltà di fissare il prezzo di un libro, mi pare evidente che abbia l’analoga facoltà di modificarlo al rialzo come al ribasso. L’importante è che non operi discriminazioni tra le librerie”.

Porta acqua al suo mulino?
Beh, la AIE rappresenta 420 editori: non credo che siano tutti della GDO. Altrimenti non ci sarebbe neppure questo problema.

E i librai che dicono?
Sono contenti! L’Associazione Librai Italiani non sta più nella pelle: “Abbiamo superato un’altra tappa importante – afferma Paolo Pisanti, presidente dell’Associazione librai italiani di Confcommercio-Imprese per l’Italia – questa legge contribuirà a riequilibrare un mercato sempre più dominato dai grandi editori proprietari di librerie online, di catena e principali fornitori della Gdo, un’anomalia tutta italiana. La legge aiuterà sicuramente i librai e le librerie indipendenti, favorendone il ruolo insostituibile di mediatori culturali e di promotori di libri e lettura a tutto vantaggio dei consumatori. Il dibattito sul tema ospitato dalla stampa negli ultimi giorni, ha messo in luce, con informazioni spesso incomplete e riduttive, le critiche di chi teme il cambiamento. Come presidente dell’Ali, libraio indipendente e conoscitore del mondo editoriale italiano voglio sottolineare che la maggior parte degli addetti ai lavori plaude all’approvazione di questa legge, attesa per anni, frutto di un accordo mediato lungo e difficile”.

Ma allora cosa vogliono questi sei?
Far pagare un prezzo maggiore per i libri ai già pochi lettori italiani e avere i margini di guadagno giusto per avere profitto e non chiudere.

E a me cosa interessa?
In linea di principio poco. In Italia, secondo l’Istat, il 45% della popolazione oltre i 6 anni (circa 25 milioni) legge almeno un libro all’anno, ma nel dettaglio solo il 15% ha letto più di 12 libri.

E’ poco?
Beh, vuol dire comunque quasi 2 milioni di italiani che comprano almeno 10 libri l’anno. Ogni anno, sempre secondo l’Istat (2007), si pubblicano circa 60.000 libri, per una tiratura di circa 250.000. Il pubblico ci sarebbe, quindi: il problema è l’eccessiva frammentazione.

Eccessiva?
Dei 60.000 libri pubblicati ogni anno, più della metà sono prime edizioni, libri inediti, insomma. Questo significa che si pubblica un libro inedito ogni 4 ore.

Sembra, poi, che per essere un’attività lucrosa, un libro deve vendere mediamente almeno 2000 copie. E, cifre alla mano, è una realtà distante per la stragrande maggioranza delle pubblicazioni (per i piccoli editori, ad esempio, la media è di 1800 copie di tiratura).

Ma torniamo alla proposta di vietare lo sconto selvaggio: perchè, dunque, mi danneggia?
Perché porterebbe molti editori forti a poter attuare politiche di prezzo più aggressive rispetto ai piccoli editori, che soccomberebbero e sarebbero destinati a chiudere, con conseguente abbattimento del numero di libri (e di autori) pubblicati.

Ma io non leggo un libro ogni 4 ore. Ho anche una vita.
Molti, quasi tutti, pensano che si pubblichino troppi libri in Italia e che non ci sia il giusto filtro. Il diritto ad esprimere la propria opinione è sacrosanto. Di meno è quello di vederla pubblicata, distribuita ed esposta su una mensola. Quello dovrebbe essere appannaggio delle opinioni migliori. E poi ci sono i blog e internet che ti permettono di poter esprimere a zero euro. Così la distribuzione del tuo pensiero non è più legata a niente.

La libreria, dunque, è obsoleta?
Io, ad esempio, non riesco a leggere troppo su un monitor. E sono troppo affezionato al sottolineare e scrivere e mie riflessioni sul bordo delle pagine. Ma è un lusso che mi costa qualche migliaio di euro l’anno. Risparmiare non mi dispiace certo.

Cosa vogliamo dire, in definitiva, a quelle librerie e quegli editori che vogliono aumentare il prezzo di copertina dei libri?
Come tutte le attività di commercio, finché c’è richiesta vivranno. Quando i loro ricavi saranno troppo bassi, faranno la fine dei videonoleggi. Pestare i piedi perchè i dinosauri tornino sulla terra porterà loro solo una morte più dolorosa. Meglio evolversi.


Articolo pubblicato il mercoledì, settembre 22nd, 2010 alle 7:13 pm.
Categoria: blog, Letteratura.

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  1. vito pini

    Saranno anche delle mammolette, questi dei mulini, ma mi sono andato a leggere la legge e mi ha colpito questo passo:
    “nel mercato del libro, esistono, a questo riguardo, due modelli estremi: Un primo modello, praticato in Germania, prevede un prezzo fisso senza alcuna possibilità di sconto; un secondo modello, previsto nel Regno Unito, stabilisce un prezzo di vendita assolutamente libero e un modello intermedio, basato su un tetto massimo agli sconti praticabili, che è stato adottato in Francia. Sottolinea come l’esperienza abbia mostrato che il modello tedesco è più capace di garantire nel tempo prezzi di vendita contenuti e, nel contempo, di assicurare condizioni di mercato tali da permettere la sopravvivenza di una pluralità di librai ed editori. Di contro, rammenta come l’esperienza del modello inglese abbia mostrato che la concorrenza estrema sul prezzo di vendita non solo finisce per tradursi in prezzi reali al consumatore più alti ma, permettendo e provocando una competizione nella quale a prevalere è chi ha le disponibilità finanziarie più grandi, determina una dinamica nella quale per primi cedono i piccoli editori e i piccoli librai, ma che poi finisce per piegare anche le maggiori catene librarie e i grandi editori, tutti incapaci di reggere il confronto con i giganti della grande distribuzione organizzata.” (dalla relazione iniziale del relatore, on. Ricardo Franco Levi)
    e poi viene votato un modello inglese mascherato dietro sconto al 15 e promozioni libere?
    e perché? se conviene quello tedesco anche ai consumatori?

Reply to “La fine delle librerie indipendenti o libri un po’ meno costosi?”