Ultimamente la mia attenzione si è fermata su un fenomeno che sentivo nominare spesso ma che non aveva mai particolarmente approfondito. Omeopatia, nel mio immaginario, corrispondeva nel curare sintomi lievi (insonnie, mal di testa, ecc.) con qualche rimedio naturale, erbe, o cose simili. Recentemente, poi, trovandomi a parlare con una collega della cosiddetta memoria dell’acqua e volendomi informare maggiormente, molto spesso mi sono imbattuto in riferimenti e collegamenti a quest’antica pratica, ed ecco che mi è sembrato giusto approfondirne la conoscenza.

Cominciamo dal precisare: cos’è l’omeopatia? E’ una terapia che si propone di curare dei sintomi tramite composti chimici. E’ una cura farmacologica, dunque.

Da cosa è composto il farmaco omeopatico? Da una sostanza, o principio attivo, diluito un numero consistente di volte e agitato energicamente (“succusso“).

Perché si diluisce? E’ un principio omeopatico: più si diluisce un principio attivo e più questo fa effetto.

Ha senso? Onestamente non riesco proprio a comprenderlo. Considerando anche che alle volte le soluzioni omeopatiche sono così diluite, da essere fisicamente indistinguibili dall’acqua.

E il principio attivo che fine fa? Questo è un quesito interessante. La risposta si basa sul principio di Avogrado, secondo il quale in una determinata quantità di sostanza è presente sempre un determinato numero di molecole (in breve; per approfondire credo vada bene anche Wikipedia). Questo implica che diluendo all’infinito un elemento in acqua, alla fine di quell’elemento non rimane più nulla. Per fare un esempio pratico e macroscopico, se abbiamo una bottiglia di 1 litro di acqua e in questa bottiglia mettiamo 10 biglie (molecole), poi dividiamo la bottiglia iniziale riempiendo altre 10 bottiglie da un litro con 100 ml della bottiglia iniziale più altra acqua, teoricamente avremmo una biglia per ogni bottiglia (ma in realtà possiamo avere una bottiglia in cui ci sono 2 o più biglie e una in cui non ce n’è nessuna). Se continuiamo le diluizioni, riempiendo con ogni bottiglia così ottenuta altre 10 bottiglie, ci rendiamo subito conto che nella maggior parte delle bottiglie non c’è nemmeno una biglia e stiamo diluendo acqua con acqua. Eppure per gli omeopati più diluisci e più il principio attivo fa effetto.

Come hanno trovato questo effetto? In realtà non l’hanno trovato: è un principio inventato da Samuel Hahnemann, un medico tedesco attivo fra il ‘700 e l’800.

Come sapeva quale principio attivo diluire? Questo è un altro aspetto curioso. Alla base dell’omeopatia c’è un principio che consiste nel somministrare al soggetto malato una sostanza che in un soggetto sano produce gli stessi effetti della malattia. Ad esempio, se la caffeina in un soggetto sano aumenta l’eccitabilità, e nel soggetto insonne si riscontra un aumento dell’eccitabilità, una cura omeopatica è quella di somministrare a quest’ultimo una soluzione di caffeina diluita un miliardo di volte in acqua.

Perché? Non si sa. E’ un principio che ha inventato lui, ma è morto da oltre 150 anni, per cui è difficile scoprirlo.

Quindi ricapitolando: l’omeopatia è un rimedio farmacologico nel quale un principio attivo viene diluito un numero enorme di volte per aumentarne l’efficacia. Questo principio attivo viene scelto in base ai sintomi che produce in un soggetto sano. E quest’associazione dovrebbe curare dalle malattie.

Ma, di fatto, cura? Ci sono fior fior di studi che paragonano la cura omeopatica all’effetto placebo. In pratica si prendono 100 persone raffreddate: a 25 si dà un farmaco “classico”, a 25 un farmaco omeopatico, a 25 un placebo e a 25 nessun farmaco. Dei 25 che hanno reso un farmaco “classico”, 17 sono guarite entro 3 giorni; dei 25 trattati con un farmaco omeopatico, 10 sono guarite entro 3 giorni, così come i 25 trattati con un placebo; dei 25 trattati con nessun farmaco, 7 sono guariti entro 3 giorni (sto inventando numeri e proporzioni: è per far capire). In una certa misura, quindi, è meglio prendere un farmaco omeopatico che non prendere nulla, non perché ci sia principio attivo in quel farmaco, ma perché il solo fatto di sapere che si sta prendendo un farmaco, è di per sé curativo.

Chi li paga quegli studi? La domanda è capziosa, lo capisco. L’assunto di base è che sia Big Pharma a pagare perché confermi che è giusto prendere un farmaco allopatico piuttosto che uno omeopatico. Se non fosse che i farmaci omeopatici alle volte costano MOLTO di più dei farmaci classici (es. un ipnotico benzodiazepinico qui costa 4,60€, mentre uno omeopatico costa tre volte tanto; ma è un esempio a campione: immagino che per tantissimi altri farmaci valga il principio inverso). Nel 2009 l’industria omeopatica, solo in Europa, ha fatturato la bellezza di 1,09 miliardi di Euro e la stragrande maggioranza di studi che dichiarano di provare gli effetti dell’omeopatia sono finanziati dalle industrie stesse. Insomma, se Big Pharma è un mostro, Little Homoey non è un agnellino.

C’è un fatto incontrovertibile: i medicinali classici hanno effetti collaterali, i farmaci omeopatici no. Questo non è una prova a favore dell’omeopatia. A dire il vero è più un invito ad evitare l’assunzione di farmaci quando non sia strettamente necessario. Condivido quest’invito. Il fatto che non abbiano effetti collaterali, è solo una prova che l’acqua sia innocua per la nostra salute.

Mio cugino ha provato tutta la vita a curarsi da un herpes fastidioso con i farmaci normali e non ci è mai riuscito: con un farmaco omeopatico ha risolto in meno di un mese: è un miracolo? Come la mettiamo? Premetto che un farmaco omeopatico può curare. E lo fa scientificamente. Solo che la cura non è dovuta al principio attivo diluito un miliardo di volte, ma è dovuto all’effetto placebo, un fenomeno studiato migliaia di volte e ampliamente dimostrato.

Non sono soddisfatto: l’omeopatia esiste, è dimostrata e funziona. Non ho prove che confermino quello che tu dici: se ne hai, mostramele che ne discutiamo assieme.


Articolo pubblicato il martedì, febbraio 8th, 2011 alle 6:45 pm.
Categoria: blog.

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  1. Omeopatia: gli altri blog - feb 11th, 2011

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