Esiste un luogo, nella città del pensiero, in cui i palloncini d’elio girano vorticosamente nel cielo ammantato di nuvole. Due, tre piroette e poi si spengono, lasciando solo il ricordo del loro passaggio. Questo luogo, così particolare, ha un simbolo, un emblema discorsivo che ha le sembianze di una virgola, un vermetto che striscia sotto l’ultima parola a simulare una pausa. Passano gli anni e questo piccolo lombrico figlia, si riproduce e rafforza i propri geni. Ha perso la sua forte carica evocativa sotto la spinta di un pensiero vacillante, aleatorio, insicuro e ha cominciato la sua parabola nebulizzante, fino a dissolversi in un simbolo incostante: tre puntini sospensivi, come è sospeso il pensiero che li produce.

Il bastoncino nell’acqua della parola distorce simboli e convenzioni, ma lascia intatto la sua funzione, che è quella di comunicare. Niente di più, niente di meno. E’ a questo punto che la virgola perde il suo valore pragmatico e si trasforma in uno strumento obsoleto, perché non riesce più ad esprimere una pausa che farà bene al susseguente discorso: tutto quello che serve è racchiuso o meglio rinchiuso in un trenino le cui carrozze di testa e di coda perdono i pezzi. La frase successiva non esiste, non ha poi tutta questa importanza: quei tre puntini sospensivi ci chiedono di abbracciare una mente, seguirne le sue circonvoluzioni e poi sedarci della nostra esperienza, perché non ci permetterà di capire.

La città del pensiero è ambulante, girovaga nella nostra sacca cerebrale e schiaccia il freno solo dopo che ne ha trovata un’altra da intaccare, ma spesso non ha mezzi, non ha risorse e allora cerca di forzare la mano, affidarsi alle docili braccia del ricevente e succhiare dal suo seno, così ricettivo. Alla fine cosa ci resterà della città del pensiero, se non saremo più in grado di fermarci a considerare la virtù di queste carrozze? Il solito parruccone, che si masturba alla sua scrivania sulla fotografia sbiadita di Gaio Valerio Catullo che, pensando a loro, non poté non scrivere: «Io ve lo ficcherò in bocca e nell’ano Aurelio bocchinaro e Furio culattone, a voi, che per certi miei versi, è vero, un po’ sconci, mi credete un degenerato. Un poeta all’altezza dev’essere casto lui stesso, non certo i suoi versi, che di fatto hanno arguzia e sapore proprio in quanto un po’ spinti e senza pudore e in grado d’eccitare quel certo prurito, non dico nei ragazzi, bensì nei caproni ormai incapaci nel darci dentro coi fianchi. Voi, perché leggete di tutti quei baci a milioni, voi non pensate che io sia maschio a dovere? Io ve lo ficcherò in bocca e nell’ano».

…o forse no…


Articolo pubblicato il martedì, ottobre 23rd, 2007 alle 5:38 pm.
Categoria: blog.

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