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	<title>Winnicott &#187; &#8217;60</title>
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	<description>Un blog di Salvatore Torsi</description>
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		<title>Charles Mingus &#8211; The Black Saint And The Sinner Lady (1963)</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jul 2007 21:41:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Salvatore Torsi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Personaggi molli che passeggiano per le strade. Una macchina burocratica che produce rulli di carta sotto forma di ricevute. Il suono di una sirena, in lontananza, che si muove in continuazione da un capo all&#8217;altro ricercando quell&#8217;anima che una volta aveva e che adesso è andata perduta per sempre. Alle volte un pizzico di umanità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://giotto.internetbookshop.it/cop/copmjc.asp?e=0011105117425&#038;f=B" alt="charles mingus the blach saint and the sinner lady" />Personaggi molli che passeggiano per le strade.<br />
Una macchina burocratica che produce rulli di carta sotto forma di ricevute.<br />
Il suono di una sirena, in lontananza, che si muove in continuazione da un capo all&#8217;altro ricercando quell&#8217;anima che una volta aveva e che adesso è andata perduta per sempre.<br />
Alle volte un pizzico di umanità trapela fra le urla di quella sirena; è un continuo vagito in cerca di quella nascita che è scomparsa fra i rivoli della memoria, finché questi personaggi molli, una volta avvezzi a tale suono, proseguono impavidi la propria passeggiata fra squallide storie d&#8217;amore di puttane rimorchiate fuori dai locali per l&#8217;acidulo ricordo di uno scampolo di piacere che è divenuta meta inconsapevole di una vita che vita più non è.</p>
<p>Poi c&#8217;è il traffico di queste anime. Un sibilo viene via, un sibilo che si riconosce appartenere ad un altro tempo, ad un&#8217;altra realtà. Un sibilo che si staglia dal suo mondo e cerca di richiamare un&#8217;adunata di voci: dapprima risponde un antico ululato alla luna, poi finalmente giunge a raccolta un&#8217;alta moltitudine. E allora ci si lancia verso una corsa disperata per cercare di raccogliere quello che era, per cercare di riprende quella vita che ha riconosciuto, era lì, s&#8217;è manifestata per un&#8217;istante e che si stava per fondersi con le altre voci.</p>
<p>- Vuole favorire, signorina? Si lasci stupire! Ha mai visto un gingolo così angolare? Siamo solo in tre della nostra razza ad averlo così angolare e questo è sicuramente il meglio fornito, non crede?</p>
<p>Veder rimorchiare le figure molli è un&#8217;esperienza comica e ridicola allo stesso tempo.<br />
Il loro corteggiamento potrebbe sfociare nell&#8217;indicibile se non intervenisse un arbitro a dirimere la questione, ma tanto prima o poi loro tre si rincontreranno e sarà di nuovo il tempo dell&#8217;accoppiamento, finché il ritmo le sosterrà. </p>
<p>In effetti, se ci pensiamo, la loro danza d&#8217;accoppiamento può essere un&#8217;esperienza anche alquanto ripetitiva, per nulla straordinaria. Non so se è il caso di aspettare sveglio. Certo che c&#8217;è una leggenda metropolitana che dice che le figure molli non hanno organi riproduttivi: e allora qual è lo scopo dell&#8217;accoppiamento? La perdita <strong>mentale</strong> dell&#8217;erezione! Una sfrenata corsa verso l&#8217;immobilità. E dopo la stasi? </p>
<p>Dopo la stasi il rimpianto, il rimpianto di quando i personaggi molli erano vecchi e poi il ricordo della nascita, un ricordo offuscato dalle ruggini del passato. Quindi, alla fine, la strada è segnata e se anche giungere a qual punto sembra fare una certa paura, non si può che arrivare alla catena di montaggio, una gigantesca macchina per cucire che tesse le trame in modi &#8211; anche &#8211; arzigogolati, inaspettati, poetici.</p>
<p>La trama è lì per essere tessuta, ma poi si sfalda! D&#8217;improvviso perde fili, perde i nastri, perde la struttura. I possenti fischi delle sirene cercano di spalmare le folle e si procede a rotta di collo con un suono frenetico e costante fra continue accelerazioni e decelerazioni. </p>
<p>Opera fortemente visuale e visionaria sulla degenerazione dell&#8217;animo umano con lo scorrere dei tempi, <strong>The Black Saint And The Sinner Lady</strong> si gonfia i polmoni ad ogni passaggio per poi afflosciarsi come un polmone spompato dalle troppe sigarette, in un rivolo di fumi lascivi e di risate sguaiate. Il mondo finirà fra le cosce di una puttana, lì dove è cominciato, ma a noi non spaventa: noi siamo cronisti e guardiamo la realtà dall&#8217;altra parte del foglio. </p>
<p>- Un altro Black Rebois, prego.</p>
<p>E poi il sonno.</p>
<p>Immagine!</p>
<p><strong>Voto: 6,7/10</strong></p>
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		<title>BOB DYLAN &#8211; Blonde On Blonde &#8211; (1966)</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Aug 2006 12:02:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Salvatore Torsi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Musica]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;opera di Bob Dylan giunge finalmente a compimento in questo doppio d&#8217;autore. Dopo aver contaminato definitivamente la sua canzone con il lavoro eterogeneo di Highway 61 Rivisited, Dylan procede con la sua ricerca di fondamento della qualità sulla quantità e produce un lavoro ricco e ben caratterizzato, pur restando ben alla larga da una profondità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img align="left" src="http://image.allmusic.com/00/amg/cov200/drf500/f550/f55002zb24v.jpg" />L&#8217;opera di <a href="http://www.winnicott.it/discografie-d/bob-dylan-discografia-e-recensioni/">Bob Dylan</a> giunge finalmente a compimento in questo doppio d&#8217;autore. Dopo aver contaminato definitivamente la sua canzone con il lavoro eterogeneo di <strong>Highway 61 Rivisited</strong>, Dylan procede con la sua ricerca di fondamento della qualità sulla quantità e produce un lavoro ricco e ben caratterizzato, pur restando ben alla larga da una profondità poco più che  accennata.</p>
<p>Il circo di <strong>Blonde On Blonde</strong> sorge attorno a &#8220;<em>Rainy Day Woman #12 &#038; 35</em>&#8221;  e si rinforza di continuo ad ogni nuovo passaggio, rappresentando più che uno  spettacolo estemporaneo, una saga. Le canzoni scandagliano il tempo e si ripresentano davanti con un tono che va dalla sfida all&#8217;accettazione coatta, la quale fa rendere buon viso a cattivo gioco e si lascia che la briglia compositiva e  reiterativa del buon Dylan continui imperterrita a rispondere all&#8217;appello una moltitudine di volte, viaggiando  finché la volontà del proprio autore finisce con il fare un <em>pit stop</em> alla  stazione di rifornimento per poi ripartire con una coda ed un aspetto diverso,  ma con uno schema di fondo impermeabile.</p>
<p>Ci troviamo, così, di fronte a giganteschi cerchi nel grano nei quali la visione d&#8217;insieme si perde grazie alla cura con la quale sono realizzati e, soprattutto, alla circonferenza imponente che tenta d&#8217;imprigionarne  la forma senza riuscirci. Il tono è dimesso, la melodia vive una breve parentesi  di vita di campagna e quando sembra essere abbandonata per sempre, viene subito  rimessa in gioco e riacquista tono e vigore, fino alla prossima esecuzione &#8220;a  consumarsi&#8221;, e così via&#8230;</p>
<p>Il tema dominante è proprio questo: il recupero delle istanze che si erano riposte senza indugio quando queste erano state consumate quasi all&#8217;inverosimile. Dylan le recupera, ridà loro forza e vigore e le ripropone con lo spirito e l&#8217;atteggiamento originario. Attraverso le tracce che <strong>Blonde On Blonde</strong> lascia sul giradischi, avviene la consapevolezza che quanto è stato perduto, può essere ripescato, riscattato e reinserito  perché in realtà niente si crea e niente si distrugge in natura, ma tutto si  ricicla.</p>
<p>Le canzoni, quindi, tendono a dilatarsi fino all&#8217;inverosimile, ciò nonostante non stancano mai  perché frutto di riavvolgimenti continui di temi sviluppati solo in parte: è l&#8217;attesa per uno svolgimento completo che ne implica l&#8217;assuefazione fino ad esaurimento effettivo, che non avviene mai completamente,  sicché si resta sempre con una mano all&#8217;orecchio e un&#8217;altra al cuore, sperando  che il cervello trovi quella soddisfazione che stenta a derivare dai sentimenti.</p>
<p>La profondità di canzoni come &#8220;<em>Visions of Johanna</em>&#8220;, trova però la controparte nella scalata ai sentimenti di &#8220;<em>One of Us Must Know (Sooner or Later)</em>&#8220;, nella quale avviene proprio il completamento di quell&#8217;opera che cerca di unire evocazione ed emozione: Dylan è padrone del tema, lo coltiva, lo culla, la fa crescere d&#8217;intensità e lo affida finalmente alla sublimazione, vero regalo all&#8217;ascoltatore, che ne divora voracemente le appendici.</p>
<p>E&#8217; proprio in questo gioco di promessa, desiderio, richiesta ed esecuzione che avviene l&#8217;alchimia decisiva fra compositore e cliente, un rapporto che si coltiva con il trascorrere dei momenti, un impegno procrastinato nel tempo che viene esaudito in parte, rapidamente, ma continuativamente in modo da sentirsi sempre in credito, ma contemporaneamente anche sempre riconoscenti.</p>
<p>E&#8217; una condizione difficile, ma da chi sa svolgere il ruolo che si è  assegnato, si regala con piacere una parte della propria energia mentale in cambio di una promessa,  perché un po’ di soddisfazione, comunque, verrà impacchettata e portata a casa. Non è &#8220;il tutto&#8221;, ma è tanto e non è questione di  accontentarsi: è fare buon viso a cattivo gioco.</p>
<p>Garanzia!</p>
<p><strong>Voto: 7.6 </strong></p>
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		<title>BOB DYLAN &#8211; Bringing It All Back Home &#8211; (1965)</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Aug 2006 11:49:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Salvatore Torsi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo aver ampliamente usurato il folk, Bob Dylan rinnova alquanto la sua proposta e poggia la sua attenzione ad un sound blues più duro e trascinante.Apre la nuova rassegna, un&#8217;acre quanto inaspettata &#8220;Subterranean Homesick Blues&#8221; che rinnova di punto in bianco tutta la tradizione dylaniana ed apre ad inaspettabili scenari eterogenei. Già la successiva &#8220;She [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img align="left" src="http://image.allmusic.com/00/amg/cov200/drd100/d124/d12410o0j71.jpg" />Dopo aver ampliamente usurato il folk, <a href="http://www.winnicott.it/discografie-d/bob-dylan-discografia-e-recensioni/">Bob Dylan</a>  rinnova alquanto la sua proposta e poggia la sua attenzione ad un sound blues  più duro e trascinante.Apre la nuova rassegna, un&#8217;acre quanto inaspettata &#8220;<em>Subterranean Homesick Blues</em>&#8221; che rinnova di punto in bianco tutta la tradizione dylaniana ed apre ad inaspettabili  scenari eterogenei. Già la successiva &#8220;<em>She Belongs To Me</em>&#8220;, infatti, si caratterizza come una gentile ballata arricchita dal suono della chitarra elettrica che le regala corpo e sostanza. La lasciva &#8220;<em>Maggie&#8217;s Farm</em>&#8220;, piuttosto, conduce l&#8217;abile Dylan esattamente dove la sua voce gli permette di arrivare: la fuggevolezza ed l&#8217;usura che solo una train-ballad  sa dare.</p>
<p>Tutto è cambiato, in verità, rispetto ai precedenti lavori: l&#8217;approccio, molto meno impositivo;  l&#8217;attitudine, decisamente più scanzonata; la qualità, figlia di un felice  compromesso fra mezzi e potenzialità. Anche le ballate acustiche come &#8220;<em>Gates Of Eden</em>&#8221;  vivono un&#8217;esistenza diversa: mitigata la propria indole degenerativa, il cantato  di Dylan acquista un tono molto più reale e riesce nel suo intento di poggiare  le proprie basi su un sottostrato tangibile e che galleggia fra il sarcastico e  l&#8217;enfatico, ma stavolta emesso in modo sincero e finalmente interpersonale. La bellissima &#8220;<em>It&#8217;s Alright, Ma (I&#8217;m Only Bleeding)</em>&#8221;  mette definitivamente il punto sulla maturazione artistica del cantautore del  Minnesota, passato da una manifestazione errante e sguaiata di pensieri sparsi  ad una forma concreta e matura di versi ciclici e pregni di sostanza artistica.</p>
<p><strong>Bringing It All Back Home</strong>, seppure risultando un disco  frammentario e senza una visione d&#8217;insieme coesa, rappresenta un passo in avanti  sostanziale, il vero punto d&#8217;inizio di una personalità musicale forte quanto  incongruente.</p>
<p>Mutamento!</p>
<p><strong>Voto: 5.3</strong></p>
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		<title>BOB DYLAN &#8211; Another Side Of Bob Dylan &#8211; (1964)</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Aug 2006 11:44:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Salvatore Torsi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando credi che finalmente qualcosa stia cambiando nel mondo di Bob Dylan, questi ti fa un gesto rapido e lapidario con la mano e scuote la testa in senso di dissenso. Another Side Of Bob Dylan è, così, l&#8217;ennesima collezione di sgradevoli ballate gentilmente buttate fuori dal signor Zimmerman. Più intimista dei precedenti, questo disco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img align="left" src="http://image.allmusic.com/00/amg/cov200/drf300/f308/f30842cy174.jpg" />Quando credi che finalmente qualcosa stia cambiando nel mondo di <a href="http://www.winnicott.it/discografie-d/bob-dylan-discografia-e-recensioni/">Bob Dylan</a>,  questi ti fa un gesto rapido e lapidario con la mano e scuote la testa in senso  di dissenso. <strong>Another Side Of Bob Dylan</strong> è, così, l&#8217;ennesima collezione di sgradevoli ballate gentilmente buttate fuori dal signor Zimmerman.</p>
<p>Più intimista dei precedenti, questo disco manifesta l&#8217;impossibilità di Dylan di giocare a fare il singer/songwriter con un registro vocale squillante e acuto per natura. Ogni tentativo di stabilire un rapporto duale fra il rappresentato e la rappresentazione viene a fallire quando si viene a cozzare con la sua voce che non comunica: semplicemente manda fuori dalla bocca versi irritanti.</p>
<p>E&#8217; uno strazio dover assistere all&#8217;esecuzione di &#8220;<em>Chimes Of Freedom</em>&#8220;, assolutamente noioso concentrarsi sulla banale &#8220;<em>I Shall Be Free, No. 10</em>&#8221; e se &#8220;<em>To Ramona</em>&#8221; rappresenta un tentativo di  meditativa calma romantica, in assoluto il risultato che ottiene è poco meno che  trascurabile.</p>
<p>Bob Dylan non canta: vomita le corde vocale; non comunica, sentenzia; non  suona: strimpella.</p>
<p>In poche parole è un musicista del quale si può tranquillamente fare a meno.</p>
<p>Soprassedibile!</p>
<p><strong>Voto: 1.4</strong></p>
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		<title>BOB DYLAN &#8211; The Times They Are A-Changin&#8217; &#8211; (1964)</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Aug 2006 11:39:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Salvatore Torsi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[The Times They Are A-Changin&#8217; è, se possibile, anche peggiore di The Freewheelin&#8217; Bob Dylan (1963), ed è tutto dire&#8230;In questo nuovo lavoro Dylan ha deciso di lasciare a casa la musica e concentrarsi soprattutto sui testi. Ancora più alienati e noiosi del precedente. É ovvio che il writer americano non ha alcun interesse a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img align="left" src="http://image.allmusic.com/00/amg/cov200/drf700/f735/f73563orp6x.jpg" />The Times They Are A-Changin&#8217;</strong> è, se possibile, anche peggiore di <strong> <a href="http://www.winnicott.it/blog/bob-dylan-the-freewheelin-bob-dylan-1963">The Freewheelin&#8217; Bob Dylan</a></strong>  (1963), ed è tutto dire&#8230;In questo nuovo lavoro Dylan ha deciso di lasciare  a casa la musica e concentrarsi soprattutto sui testi. Ancora più alienati e  noiosi del precedente.</p>
<p>É ovvio che il writer americano non ha alcun interesse a far musica, altrimenti non si spiegherebbero gli zero dico zero tentativi di produrre qualche cosa di artisticamente dotato. Si percepisce sensibilmente,  piuttosto, il tentativo di fidelizzare il pubblico che precedentemente l&#8217;ha  eletto ad icona e rappresentante del sentire comune.</p>
<p>Sicché il feticcio, che comunque non è stupido, ha preso la palla al balzo:  ha posato la chitarra e messo mano alla penna, collezionando aspre litanie  contro un noioso muro inesistente, ma con foggia sufficientemente sopra la norma  per poter continuare a dar da mangiare al mostro senza testa dei suoi fan. Che  cominciano a non essere pochi e, si sa, il fenomeno nazional-popolare è una  palla di neve in discesa: aumenta di volume coinvolgendo sempre più massa man  mano che scende più in basso.</p>
<p>Potenza della fisica&#8230;</p>
<p>Opportunista!</p>
<p><strong>Voto: 3.0</strong></p>
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		<title>THE DOORS &#8211; The Soft Parade (1969)</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Jul 2006 20:55:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Salvatore Torsi</dc:creator>
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		<title>THE DOORS &#8211; Waiting for the Sun (1968)</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Jul 2006 20:54:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Salvatore Torsi</dc:creator>
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		<title>THE DOORS &#8211; Strange Days (1967)</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Jul 2006 20:52:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Salvatore Torsi</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img align="left" src="http://image.allmusic.com/00/amg/cov200/drf800/f866/f86630y72ox.jpg" /></p>
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		<title>TIM BUCKLEY &#8211; Tim Buckley &#8211; (1966)</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Apr 2006 21:58:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Salvatore Torsi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il debutto di Tim Buckley è quanto di più accademico ci potesse essere. Poco più di mezz&#8217;ora per dirci che quest&#8217;uomo ha una voce fuori dall&#8217;ordinario, e poco altro. Che questo sia un assunto assodato è fuor di dubbio: senza la sua voce altro non sarebbe che un meschino cantore, produttore di noiose brevi suite [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://image.allmusic.com/00/amg/cov200/drc400/c498/c49816x9p87.jpg" alt="Tim Buckley" /></p>
<p>Il debutto di Tim Buckley è quanto di più accademico ci potesse essere. Poco più di mezz&#8217;ora per dirci che quest&#8217;uomo ha una voce fuori dall&#8217;ordinario, e poco altro. Che questo sia un assunto assodato è fuor di dubbio: senza la sua voce altro non sarebbe che un meschino cantore, produttore di noiose brevi suite di protopsichedelia, aiutato da un gruppo di strumentisti dal valore poco evidenziato se non dal tocco di evidente originalità di ciò che folk non è se non di nome. </p>
<p>Unici momenti evidenziati sono l&#8217;opprimente &#8220;<em>Song Of The Magician</em>&#8221; che rappresenta un pesante macigno onirico e &#8220;<em>Song Slowly Song</em>&#8220;, anticamera dello stesso paradosso sonnambulo. Il resto è riempitivo ed retorico, ma intrappolata nella sua voce un&#8217;enorme potenzialità: tutto sta a riuscire a non imbrigliarla e a farla fluire liberamente all&#8217;esterno. </p>
<p>Prigione!</p>
<p><strong>Voto: 3</strong></p>
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		<title>THE BEATLES &#8211; The Beatles &#8211; (1968)</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Oct 2005 16:14:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Salvatore Torsi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Immenso (per quantità) minestrone eterogeneo, il white album omonimo dei The Beatles è la dimostrazione della deriva assoluta che può essere raggiunta in mancanza di struttura. Un doppio dalle facce talmente compromesse da poter essere comodamente considerato una raccolta confusa di pensieri più o meno caotici ai quali manca una linea comune, un senimento d&#8217;insieme, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img hspace="3" align="left" alt="White Album" src="http://image.allmusic.com/00/amg/cov200/drc400/c461/c46141rq3et.jpg" />Immenso (per quantità) minestrone eterogeneo, il white album omonimo dei <a href="http://www.winnicott.it/the-beatles-discografia-e-recensioni/">The Beatles</a> è la dimostrazione della deriva assoluta che può essere raggiunta in mancanza di struttura. Un doppio dalle facce talmente compromesse da poter essere comodamente considerato una raccolta confusa di pensieri più o meno caotici ai quali manca una linea comune, un senimento d&#8217;insieme, una coesone formale ed informale. Un bozzetto delle stagioni e dei momenti di vita slegati fra loro dal punto di vista cronologico e mai completamente ricompattati.</p>
<p>Coesistono, in questo &#8220;white album&#8221;, le banali manifestazioni post-rockabilly di &#8220;<em>Back in the U.S.S.R.</em>&#8221; con le potenti scariche di &#8220;<em>While My Guitar Gently Weeps</em>&#8221; arricchite dal tecnicismo di Eric Clapton; gli infantilismi da Zecchino d&#8217;Oro di &#8220;<em>Ob-La-Di, Ob-La-Da</em>&#8221; con le catastrofi rigogliose di &#8220;<em>Happiness Is a Warm Gun</em>&#8220;; le goliardiche prese in giro di &#8220;<em>Continuing Story of Bungalow Bill</em>&#8221; con le delicate carezze di &#8220;<em>Dear Prudence</em>&#8220;; il prezioso sussurro di &#8220;<em>Blackbird</em>&#8221; con le prove di forza reiterate ed ingiustificabili di &#8220;<em>Why Don&#8217;t We Do It in the Road?</em>&#8220;; le solite canzoncine adolescenziali come &#8220;<em>I Will</em>&#8221; con i tentativi infruttuosi di potenziamento di &#8220;<em>Yer Blues</em>&#8220;; i pazzoidi scorribanda di &#8220;<em>Helter Skelter</em>&#8221; con i suoni girovaghi di &#8220;<em>Long, Long, Long</em>&#8221; e, in tutto questo, gli sfavillanti ed incoerenti balli di &#8220;<em>Revolution 9</em>&#8221; isolati e totalmente decontestualizzati.</p>
<p>In genere tutto il lavoro sembra schiacciato da una quantità tale di forze contrastanti da riuscire a venire a capo di ben poco: c&#8217;è la voglia di sperimentare, ma spesso tale proponimento è fine a se stesso o si rivolge a forme che hanno già dato molto e che non necessitano di copie pedisseque; c&#8217;è la volontà di fare una sorta di punto e virgola della situazione, ma non che i <a href="http://www.winnicott.it/the-beatles-discografia-e-recensioni/">The Beatles</a> siano mai riusciti a produrre qualcosa di davvero personale che fosse oggettivamente riconosciuto come proprio; c&#8217;è determinazione nel volersi riallacciare a formalismi circostanti, ma per riuscire a far ciò c&#8217;è bisogno di arte creativa (quella che si manifesta in modo compiuto solo nella Harrison-iana &#8220;<em>While My Guitar Gently Weeps</em>&#8220;), pratica non troppo comune al quadretto di Liverpool; c&#8217;è, infine, una voglia di individualismo che poco si confà alle attitudini di un gruppo e che trasforma un&#8217;opera concettuale in un minestrone indigesto.</p>
<p>Alla fine ciò che può venir fuori da questa raccolta è la sensazione di vuoto quasi totale, riempito con maggior numero di manifestazioni fenomenologiche non necessariamente valide: è un peccato, perchè riuscire ad incorniciare meglio &#8220;<em>Revolution 9</em>&#8221; o &#8220;<em>While My Guitar Gently Weeps</em>&#8221; o finanche gli spunti illumminanti di &#8220;<em>Helter Skelter</em>&#8221; sarebbe stato un motivo in più per rivalutare tutta l&#8217;opera di questi modesti mestieranti quando, con un misto di delusione e contemporaneamente di cognizione di causa, siamo costretti ad ammettere che un milione di scimmie che lavorano ventiquattr&#8217;ore su ventiquattro ad un milione di macchine da scrivere arrivano, se non a scrivere Shakespeare, per lo meno a formulare qualche frase di senso compiuto.</p>
<p>Caos!</p>
<p><strong>Voto: 6.3</strong></p>
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