La discografia (1964-1993) 0 1 2 3 4 5 6

1964
Kinks         4.6
1965 Kinda Kinks           5.0  
1965 The Kink Kontroversy         4.7    
1966 Face to Face         4.5    
1967 Something Else by the Kinks             6.2

1968
The Village Green Preservation Society             6.6

1969
Arthur (Or the Decline and Fall of the British Empire)           5.9  
1970 Lola vs. the Powerman & the Money-Go-Round, Pt. 1         4.9    

1971
Percy         4.7    

1971
Muswell Hillbillies             6.5

1972
Everybody’s in Show-Biz           5.9  

1973
Preservation: Act 1           5.3  

1974
Preservation: Act 2         4.8    

1975
The Kinks Present a Soap Opera     2.9        

1975
The Kinks Present Schoolboys in Disgrace       3.7      

1977
Sleepwalker           5.0  

1978
Misfits   1.7          

1979
Low Budget   1.8          

1981
Give the People What They Want       3.6      

1983
State of Confusion   1.7          

1984
Word of Mouth 0.8            

1986
Think Visual 0.7            

1989
UK Jive 0.2            

1993
Phobia   1.3          

Sempre in bilico fra la canzoncina orecchiabile a la The Beatles e le distorsioni figlie di furore interiore, i dischi dei Kinks si situano fra i lavori più mediocri della loro era. Pieni di motivetti poco incisivi, solo raramente si avvertono i prodromi del fuoco sacro, ma il più delle volte si lasciano scorrere come ruscelli poco mossi.

In Kinks (1964), il disco d’esordio, sono presenti macchiette divertenti (“So Mystifying“) e flussi corrosivi (“You Really Got Me“), ma per lo più si tratta di lavori ampiamente soprassedibili.

Kinda Kinks (1965) cerca di differenziarsi leggermente, almeno come impostazione, ma l’indole e la capacità compositiva restano troppo distanti. “Nothin’ in the World Can Stop Me From Worryin’ ‘Bout That Girl” e “Naggin’ Woman” dal sapore Dylan-iano sono le cose migliori del disco, mentre la forma dei motivetti prende più corpo, come si vede dalla trattazione in “Tired of Waiting for You“.

Le prime battute di The Kink Kontroversy (1965) fanno presagire un cambiamento di rotta, anche se poi, a ben vedere. si tratta dei soliti sketch inzuccherati che niente danno e niente tolgono.

Face to Face (1966), finalmente, smaschera la vera impostazione della band, che è quella di fare dischetti di Mersey-beat senza troppi fronzoli, anche se sporadicamente con un piglio leggermente più acre.

Something Else by the Kinks (1967) è, effettivamente, un momento di rottura rispetto ai dischi precedenti: una serie di affreschi surreali che passeggiano per le strade con leggerezza e malincuore. Non un lavoro rivoluzionario, ma un prodotto che merita un minimo di attenzione.

The Village Green Preservation Society (1968), pur in parte discostandosi dalle macchiette del disco precedente, è il piccolo capolavoro del periodo: figlio illegittimo di padre noto, è una rassegna accennata di situazioni e personaggi, spesso paradossali, che segnano una netta maturità della band (anche se non sfugge il ricorso a zio-Dylan, riproponendo la loro “Maggie’s Farm” con “Last of the steam-powered trains“).

Arthur (1969) continua il susseguirsi di sceneggiate dal dubbio humour, strizza l’occhio finanche al buon vecchio Hendrix (“Yes Sir, NoSir“), ma finisce con l’essere un disco arricchito della propria eterogeneità che bene si sposa con l’attitudine cazzona del gruppo.

Lola (1970) è una tediosa rassegna di canzoni per lo più suonate a la The Band, mentre in Percy (Marzo 1971) c’è praticamente un rapido sunto di Dylan.

Muswell Hillbillies (Novembre 1971) restituisce invece un prodotto degno delle migliori attenzioni: ricco, vario e stratificato senza perdere, però, quella necessaria leggerezza di fondo.

Everybody’s in Show-Biz (1972) è l’ennesimo disco di canzoncine divertenti e canticchiabili senza pretese.

Preservation Act 1 (1973) è una serie di canzoni, senza capo né coda, che scopiazza celebri riff di qua e di là confermando il gruppo come assolutamente sterile e Preservation: Act 2 dell’anno seguente è, se possibile, pure peggio.

The Kinks Present a Soap Opera (1975) è, invece, semplicemente un album senza nerbo né carattere: l’impressione è che se i Kinks la smettessero di produrre tutte queste schifezze senza soluzione di continuità, sarebbe meglio per tutti.

Schoolboys in Disgrace (1975) è un tentativo maldestro di galleggiare fra un tempo più easy ed uno più acceso, ma l’unico risultato conseguito è una minestra di noia.

Sleepwalker è un po’ il riassunto vivace di quanto i Kinks sappiano fare in musica: motivetti divertenti rubicchiando qui e là, fra The Band e i The Byrds.

Misfits è una dimessa litania con troppo poco carattere, intervallata da motivetti da band alle prime armi. E non sono i The Velvet Underground, quella band.

Low Budget è un mediocre tentativo di caricare di tinte più intense delle canzoncine innocue. E molto spesso finiscono per essere dei The Rolling Stones mal riusciti.

Con “Around the Dial“, “Back to the Front” e la title track, sembra che i Kinks abbiano finalmente cambiato mezzo riff, anche se Give the People What They Want arriva con quindici anni di ritardo. Davvero fuori tempo massimo.

State of Confusion, Word of Mouth e Think Visual sono dischi formati da una serie di canzoni poco rassegnate ad un ovvio ed inesorabile oblio. Con questi album i Kinks si confermano uno dei gruppi più intestarditi nel voler far musica senza averne poi reale urgenza emotiva. Sembra incredibile ci sia ancora qualcuno disposto a spendere tempo e soldi inseguendo queste quattro note messe assieme senza voglia.

UK Jive è semplicemente un album che non ha niente da dare.

Phobia è un tentativo più o meno riuscito di comporre un album di rock&roll alla maniera di venti anni prima e “impreziosirlo” di quelle “belle perle melodiche” delle quali sono capaci, ma il risultato è quanto mai imbarazzante.