La discografia (1964 – 2005) 2 3 4 5 6
1964 The Rolling Stones 5.6
1964 12 x 5 5.9
1965 Out Of Our Heads 5.5
1966 Aftermath 6.4
1967 Between The Buttons 5.5
1967 Their Satanic Majesties Request 6.7
1968 Beggar’s Banquet 6.1
1969 Let It Bleed 6.7
1971 Sticky Fingers 4.6
1972 Exile On Main Street 6.9
1973 Goats Head Soup 4.2
1974 It’s Only Rock ‘N Roll 6.7
1976 Black and Blue 5.5
1978 Some Girls 5.9
1980 Emotional Rescue 5.8
1981 Tattoo You 5.7
1983 Undercover 4.3
1986 Dirty Work 3.3
1989 Steel Wheels 2.0
1994 Voodoo Lounge 4.3
1997 Bridges to Babylon 5.6
2005 A Bigger Bang 6.1

Insieme ai The Beatles, i The Rolling Stones rappresentano l’esempio estremo di sopravvalutazione da sovraesposizione. A differenza dei colleghi di Liverpool, la band capitanata da Michael Philip Jagger ha puntato sulla forma più sporca e aggressiva ma restando sempre su ambiti ben conosciuti. Mangiando classici del blues e rivisitando quelli del soul accelerando i tempi e lacerando la voce, gli Stones si sono proposti all’attenzione del pubblico che non si riconosceva nelle facce pulite ma allo specchio sporcava i propri lineamenti per compiacersi della propria asimmetria.

Dai lavori degli inizi, pieni di motivetti senza pretesa, questi “England’s Newest Hit Makers” sono riusciti davvero raramente a produrre qualcosa di diverso da brani orecchiabili e forme che si possono definire leggermente sperimentali. In questo i The Beatles, ad esempio, erano già avanti anni luce (una “Revolution 9” non era proprio nelle loro corde, impegnati com’erano a rivedere per l’ennesima volta un blues di Robert Johnson o di Slim Harpo).

In genere i The RollingStones possono essere definiti la parte più furba della commercializzazione rock: lì dove i The Beatles sgobbavano per riuscire a produrre motivetti, loro altro non facevano che lavorare sulla base degli epigoni senza nulla aggiungere in termini di contenuto.

Anche dischi validi come Aftermath, Their Satanic Majesties Request o Let it Bleed, grondano di mediocri canzoncine messe lì per riempire i buchi, così come il lavoro della maturità Exile On Main Street, magnifico nella sua visione comunitaria, si lascia intersecare da brani dalla struttura strabusata da chi con tali forme ci ha passato la vita. Se si potesse fare un greatest hits dei primi vent’anni della loro carriera, probabilmente si avrebbe fra le mani uno dei capolavori assoluti della musica rock, mentre è molto difficile interfacciarsi con i singoli dischi, così pregni di canzoncine senza nerbo né carattere da rendere l’ascolto quanto meno noioso.

I lavori della vecchiaia (da Goats Head Soup in poi) sono caratterizzati dalla trasposizione in chiave Stones dei successi del periodo, e a parte rarissime incursioni significative, si possono catalogare tutti sotto la voce “mal riusciti”. A Bigger Bang (2005) è la loro cosa migliore uscita dagli ultimi trent’anni di carriera.