L’opera di Bob Dylan giunge finalmente a compimento in questo doppio d’autore. Dopo aver contaminato definitivamente la sua canzone con il lavoro eterogeneo di Highway 61 Rivisited, Dylan procede con la sua ricerca di fondamento della qualità sulla quantità e produce un lavoro ricco e ben caratterizzato, pur restando ben alla larga da una profondità poco più che accennata.

Il circo di Blonde On Blonde sorge attorno a “Rainy Day Woman #12 & 35” e si rinforza di continuo ad ogni nuovo passaggio, rappresentando più che uno spettacolo estemporaneo, una saga. Le canzoni scandagliano il tempo e si ripresentano davanti con un tono che va dalla sfida all’accettazione coatta, la quale fa rendere buon viso a cattivo gioco e si lascia che la briglia compositiva e reiterativa del buon Dylan continui imperterrita a rispondere all’appello una moltitudine di volte, viaggiando finché la volontà del proprio autore finisce con il fare un pit stop alla stazione di rifornimento per poi ripartire con una coda ed un aspetto diverso, ma con uno schema di fondo impermeabile.

Ci troviamo, così, di fronte a giganteschi cerchi nel grano nei quali la visione d’insieme si perde grazie alla cura con la quale sono realizzati e, soprattutto, alla circonferenza imponente che tenta d’imprigionarne la forma senza riuscirci. Il tono è dimesso, la melodia vive una breve parentesi di vita di campagna e quando sembra essere abbandonata per sempre, viene subito rimessa in gioco e riacquista tono e vigore, fino alla prossima esecuzione “a consumarsi”, e così via…

Il tema dominante è proprio questo: il recupero delle istanze che si erano riposte senza indugio quando queste erano state consumate quasi all’inverosimile. Dylan le recupera, ridà loro forza e vigore e le ripropone con lo spirito e l’atteggiamento originario. Attraverso le tracce che Blonde On Blonde lascia sul giradischi, avviene la consapevolezza che quanto è stato perduto, può essere ripescato, riscattato e reinserito perché in realtà niente si crea e niente si distrugge in natura, ma tutto si ricicla.

Le canzoni, quindi, tendono a dilatarsi fino all’inverosimile, ciò nonostante non stancano mai perché frutto di riavvolgimenti continui di temi sviluppati solo in parte: è l’attesa per uno svolgimento completo che ne implica l’assuefazione fino ad esaurimento effettivo, che non avviene mai completamente, sicché si resta sempre con una mano all’orecchio e un’altra al cuore, sperando che il cervello trovi quella soddisfazione che stenta a derivare dai sentimenti.

La profondità di canzoni come “Visions of Johanna“, trova però la controparte nella scalata ai sentimenti di “One of Us Must Know (Sooner or Later)“, nella quale avviene proprio il completamento di quell’opera che cerca di unire evocazione ed emozione: Dylan è padrone del tema, lo coltiva, lo culla, la fa crescere d’intensità e lo affida finalmente alla sublimazione, vero regalo all’ascoltatore, che ne divora voracemente le appendici.

E’ proprio in questo gioco di promessa, desiderio, richiesta ed esecuzione che avviene l’alchimia decisiva fra compositore e cliente, un rapporto che si coltiva con il trascorrere dei momenti, un impegno procrastinato nel tempo che viene esaudito in parte, rapidamente, ma continuativamente in modo da sentirsi sempre in credito, ma contemporaneamente anche sempre riconoscenti.

E’ una condizione difficile, ma da chi sa svolgere il ruolo che si è assegnato, si regala con piacere una parte della propria energia mentale in cambio di una promessa, perché un po’ di soddisfazione, comunque, verrà impacchettata e portata a casa. Non è “il tutto”, ma è tanto e non è questione di accontentarsi: è fare buon viso a cattivo gioco.

Garanzia!

Voto: 7.6


Articolo pubblicato il giovedì, agosto 10th, 2006 alle 2:02 pm.
Categoria: '60, Musica, Recensioni.

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