You Gotta Go There To Come Back

Parabola discendente per il gruppo gallese. Per affrontare la questione dobbiamo cominciare a parlare di storia. Dobbiamo parlare di un gruppo che è entrato in punta di piedi nel panorama musicale dello scorso decennio, che ha riscosso tanti consensi con i primi album Word Gets Around e Performance And Cocktails; dobbiamo parlare del successo planetario che Just Enough Education To Perform ha ricevuto; dobbiamo parlare del conseguente abbandono della stampa specializzata e degli ascoltatori più schizzinosi ai quali non va di dividere la propria musica con la massa bruta; dobbiamo parlare del nuovo album…

You Gotta Go There To Come Back non è affatto un album malvagio, ma tanto, tanto arzigogolato. A Kelly Jones e compagni va di spiegare ai propri veri fun di che pasta sono VERAMENTE fatti, ma in un modo o in un altro tendono a tradire la propria natura. Ne esce un lavoro frastagliato, poco organico, incocludente. Il disco parte subito con “Help Me (She’s Out Of Her Mind)“, canzone tipica dei Phonics “vecchio millennio”: chitarra aspra e con numerose deviazioni, voce di Jones roca come non mai, suono pesante. Subito dopo “Maybe Tomorrow” inverte la rotta, portando tutto su tematiche più soft: sembra la colonna sonora di un viaggio in macchina fatto con un paio di amici, nel momento (che c’è in tutti questi viaggi) nel quale nessuno dice niente, ognuno ha i propri pensieri per la testa e si gode solo della presenza degli altri. Commovente!

Si ricomincia con “Madame Helga” a ricalcare le tematiche musicali più pesanti e veloci per poi passare attraverso la bella ballata “You Stole My Money Honey” a ritmi di nuovo leggeri e cadenzati. Pregevole il tentativo di Pumpkinsizzarsi con “Gateway“, che sembra un esperimento sonoro decisamente fuori dagli schemi del gruppo. L’altalena ci riporta indietro verso le sonorità aperte di “Climbing The Wall“, e di nuovo via, a strimpellare la propria “Jealousy” senza né capo né coda, senza uno straccio di idea, aggiungendo dei cori in sottofondo per enfatizzare il nulla, così come in “I’m Alright (You Gotta Go There)“, dove non basta la voce di Kelly Jones per dare spessore ad una canzone arrangiata decisamente male (che la mancanza di un produttore di professione sia pesata?). “Nothing Precious At All” rappresenta la seconda vetta artistica dell’album: chitarra accennata che non tende a focalizzare tutta l’attenzione su di sé, batteria che si propone con cadenze molto precise e straordinariamente a tempo, il pianoforte che sporadicamente si fa sentire in sottofondo, la voce ovviamente perfetta!

L’atmosfera muta e diventa apocalittica con “Rainbows And Pots Of Gold” che si trascina avanti per più di quattro minuti e non basta la presenza degli archi per darle spessore. “I Miss You Now” ci trasporta sul pelo dell’acqua del suono, sul quale ci si muove a singhiozzo. Nonostante tutto, comunque, si va avanti. “High As The Ceiling” si svolge su temi poco british e più vicini alla cultura oltreoceano con le parole “find my way, free your soul” che vanno a spezzare la densità del pezzo. Il tutto si chiude con la pregevole “Since I Told You It’s Over“, sorella gemella di “Maybe Tomorrow” e “Nothing Precious At All” e che quindi chiude il lavoro decisamente in bellezza. La delusione resta, da chi aveva apprezzato in egual modo tutti e tre i lavori precedenti del gruppo e al quale non interessava affatto la loro dimostrazione di forza. Ci hanno provato e hanno creato questo strano miscuglio di suoni che si alternano a singhiozzo e che lasciano l’amaro in bocca da qualunque lato della medaglia li si guardi.

Immaturi!

Voto: 3,5


Articolo pubblicato il giovedì, aprile 13th, 2006 alle 8:53 pm.
Categoria: 2000'.

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