Sting è un artista che ha sempre sprecato il proprio talento. Niente da dire: la sua presenza scenica carica di fascino e di suggestione è indiscutibile. Doti artistiche di base ci sono, come negli anni sono emerse a sprazzi, ma una linea di pensiero continua non è mai esistita. Sting è il cantante dell’effimero, il cantante dell’inconcludente, la sua è la voce dell’aristocratico che non ha soldi ma sogna (pensa!) lo stesso di poter fare una vita da signore. Quest’album è di nuovo una raccolta di ballate che cercano in ogni modo di evocare atmosfere e luoghi affascinanti e suggestivi. Il problema fondamentale è che l’accento sulla musicalità indio-orientale nella sua trasposizione occidentale è poco interessante di per sé, servirebbe anche qualcos’altro, una ricerca armonica non troppo fine a se stessa. Sacred Love è l’ennesima accozzaglia di suoni che di pregevole hanno solo il marchio “Sting”, chiunque altro avesse impiegato i suoi versi non avrebbe avuto che un effetto devastante (dal punto di vista negativo). Sting sussurra il nulla, lo porta in groppa sulla sua persona e cerca di fargli scudo con il proprio corpo. Spesso e volentieri ci riesce, alle volte si fa anche aiutare da amici, ma l’impresa è davvero difficile. La sua fine non è certo vicina perchè si sa, in musica molto spesso un bel cartellone pubblicitario è anche meglio di un buon suono, ma ciò non vuol dire che tutti sono obbligati a pagar dazio ogni volta che si passa dalle sue parti. In prigione, e senza passare dal via!

Bolla!

Voto: 1.0


Articolo pubblicato il sabato, dicembre 10th, 2005 alle 1:39 am.
Categoria: 2000'.

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