Dopo aver ampliamente usurato il folk, Bob Dylan rinnova alquanto la sua proposta e poggia la sua attenzione ad un sound blues più duro e trascinante.Apre la nuova rassegna, un’acre quanto inaspettata “Subterranean Homesick Blues” che rinnova di punto in bianco tutta la tradizione dylaniana ed apre ad inaspettabili scenari eterogenei. Già la successiva “She Belongs To Me“, infatti, si caratterizza come una gentile ballata arricchita dal suono della chitarra elettrica che le regala corpo e sostanza. La lasciva “Maggie’s Farm“, piuttosto, conduce l’abile Dylan esattamente dove la sua voce gli permette di arrivare: la fuggevolezza ed l’usura che solo una train-ballad sa dare.

Tutto è cambiato, in verità, rispetto ai precedenti lavori: l’approccio, molto meno impositivo; l’attitudine, decisamente più scanzonata; la qualità, figlia di un felice compromesso fra mezzi e potenzialità. Anche le ballate acustiche come “Gates Of Eden” vivono un’esistenza diversa: mitigata la propria indole degenerativa, il cantato di Dylan acquista un tono molto più reale e riesce nel suo intento di poggiare le proprie basi su un sottostrato tangibile e che galleggia fra il sarcastico e l’enfatico, ma stavolta emesso in modo sincero e finalmente interpersonale. La bellissima “It’s Alright, Ma (I’m Only Bleeding)” mette definitivamente il punto sulla maturazione artistica del cantautore del Minnesota, passato da una manifestazione errante e sguaiata di pensieri sparsi ad una forma concreta e matura di versi ciclici e pregni di sostanza artistica.

Bringing It All Back Home, seppure risultando un disco frammentario e senza una visione d’insieme coesa, rappresenta un passo in avanti sostanziale, il vero punto d’inizio di una personalità musicale forte quanto incongruente.

Mutamento!

Voto: 5.3


Articolo pubblicato il giovedì, agosto 10th, 2006 alle 1:49 pm.
Categoria: '60.

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