Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band è una delle più grandi torte che la band di Liverpool avesse mai potuto sfornare. Un dolce invitante che si scoglie letteralmente fra le avide fauci del proprio target. Alla sua base c’è l’esaltazione quasi venerativa della melodia, la fedeltà incondizionata al motivetto, la dichiarazine d’amore per una forma di canzone precisa e facilmente individuabile.

Ma su un altro recipiente ci sono le sapienti armi della tecnica che servono a riempire una torta che altrimenti sarebbe scarna ed insufficiente: si vede così la canzone avvolta da una quantità tale di suoni accessori da risultare imbarazzante. La minuzia con la quale ogni singola traccia viene arrangiata è a dir poco scrupolosa, ogni componente sonoro acquista un posto preciso e geometricamente prefissato, tutte le parti vengono ad incastrarsi con precisione certosina ed infornate, aspettando solo che il tempo faccia la propria parte e proceda a gonfiare la torta: con questo lavoro si afferma una volta per tutte il vero genio di George Martin, il quinto e più importante elemento della band.

In questo disco i The Beatles non sbagliano nulla, non sarebbe stato possibile nè ci sarebbe stata l’opportunità: hanno così abilmente provveduto ad impacchettare il suono in maniera tanto meticolosa che tutto adesso acquista una parvenza di nuovo, fresco, genuino. Una traccia minore come “She’s Leaving Home“, ad esempio, viene impreziosita in modo originale da una sezione d’archi che ne conferisce leggerezza ed una sostanza altrimenti impalpabile.

Questo disco rappresenta, qualora ce ne fosse bisogno, l’immagine del genio economico-matematico che è alla base del successo di questo discreto gruppo di umili saltimbalchi: non lasciare assolutamente nulla all’immaginazione, far sì che l’ascoltatore non sia mai sorpreso alle spalle e non debba mai sforzare gli occhi per cercare di vedere qualcosa di lontanamente conturbante ed indefinito.

La loro musica, anche quando cerca altre strade (da quelle intraprese in precedenza), non va mai oltre una ripetizione ossessiva dello stesso schema compositivo, così “Within You, Without You” è l’ennesimo gioco orientaleggiante che già si era visto in Revolver (1966) con “Love You To” (stessa mano, Harrison, stesso strumento, sitar), ma adesso è arricchito con effetti speciali e prende altro spessore. La stessa “Lovely Rita“, modesta canzoncina, si rivela per l’uso poliedrico e parzialmente decostruttivo della solita struttura classica di pop-song: anche se le spinte verso il ritornello sono troppo forti, il gruppo sembra procedere verso una cosa chiamata idea musicale. Il brano, che decisamente dichiara la visione artistica del gruppo è “Being for the Benefit of Mr. Kite“, dal pugno di Lennon e dall’atmosfera circense nella quale si vengono ad intrecciare giostre di suoni e colori che lasciano trasparire l’ironia ed il dandismo dell’autore principe, mentre il collega McCartney firma “When I’m Sixty-four” di forma decisamente meno ispirata ma che cerca lo stesso risultato.

In definitiva Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band è ancora una raccolta di canzoncine (chiedere altro a questo gruppo sarebbe ingeneroso), con la medesima struttura, ma con una forma meglio sviluppata delle precedenti.

Torta.

Voto: 5.3


Articolo pubblicato il venerdì, agosto 12th, 2005 alle 1:39 pm.
Categoria: '60.

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