White AlbumImmenso (per quantità) minestrone eterogeneo, il white album omonimo dei The Beatles è la dimostrazione della deriva assoluta che può essere raggiunta in mancanza di struttura. Un doppio dalle facce talmente compromesse da poter essere comodamente considerato una raccolta confusa di pensieri più o meno caotici ai quali manca una linea comune, un senimento d’insieme, una coesone formale ed informale. Un bozzetto delle stagioni e dei momenti di vita slegati fra loro dal punto di vista cronologico e mai completamente ricompattati.

Coesistono, in questo “white album”, le banali manifestazioni post-rockabilly di “Back in the U.S.S.R.” con le potenti scariche di “While My Guitar Gently Weeps” arricchite dal tecnicismo di Eric Clapton; gli infantilismi da Zecchino d’Oro di “Ob-La-Di, Ob-La-Da” con le catastrofi rigogliose di “Happiness Is a Warm Gun“; le goliardiche prese in giro di “Continuing Story of Bungalow Bill” con le delicate carezze di “Dear Prudence“; il prezioso sussurro di “Blackbird” con le prove di forza reiterate ed ingiustificabili di “Why Don’t We Do It in the Road?“; le solite canzoncine adolescenziali come “I Will” con i tentativi infruttuosi di potenziamento di “Yer Blues“; i pazzoidi scorribanda di “Helter Skelter” con i suoni girovaghi di “Long, Long, Long” e, in tutto questo, gli sfavillanti ed incoerenti balli di “Revolution 9” isolati e totalmente decontestualizzati.

In genere tutto il lavoro sembra schiacciato da una quantità tale di forze contrastanti da riuscire a venire a capo di ben poco: c’è la voglia di sperimentare, ma spesso tale proponimento è fine a se stesso o si rivolge a forme che hanno già dato molto e che non necessitano di copie pedisseque; c’è la volontà di fare una sorta di punto e virgola della situazione, ma non che i The Beatles siano mai riusciti a produrre qualcosa di davvero personale che fosse oggettivamente riconosciuto come proprio; c’è determinazione nel volersi riallacciare a formalismi circostanti, ma per riuscire a far ciò c’è bisogno di arte creativa (quella che si manifesta in modo compiuto solo nella Harrison-iana “While My Guitar Gently Weeps“), pratica non troppo comune al quadretto di Liverpool; c’è, infine, una voglia di individualismo che poco si confà alle attitudini di un gruppo e che trasforma un’opera concettuale in un minestrone indigesto.

Alla fine ciò che può venir fuori da questa raccolta è la sensazione di vuoto quasi totale, riempito con maggior numero di manifestazioni fenomenologiche non necessariamente valide: è un peccato, perchè riuscire ad incorniciare meglio “Revolution 9” o “While My Guitar Gently Weeps” o finanche gli spunti illumminanti di “Helter Skelter” sarebbe stato un motivo in più per rivalutare tutta l’opera di questi modesti mestieranti quando, con un misto di delusione e contemporaneamente di cognizione di causa, siamo costretti ad ammettere che un milione di scimmie che lavorano ventiquattr’ore su ventiquattro ad un milione di macchine da scrivere arrivano, se non a scrivere Shakespeare, per lo meno a formulare qualche frase di senso compiuto.

Caos!

Voto: 6.3


Articolo pubblicato il mercoledì, ottobre 12th, 2005 alle 6:14 pm.
Categoria: '60.

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  1. carlo

    Cerchi di diventare lo “Sgarbi” del settore musicale parlando male di un capolavoro …poverino che sei!Mi fai quasi ridere lo sai?
    Cordiali saluti

Reply to “THE BEATLES – The Beatles – (1968)”