Tim Buckley

Il debutto di Tim Buckley è quanto di più accademico ci potesse essere. Poco più di mezz’ora per dirci che quest’uomo ha una voce fuori dall’ordinario, e poco altro. Che questo sia un assunto assodato è fuor di dubbio: senza la sua voce altro non sarebbe che un meschino cantore, produttore di noiose brevi suite di protopsichedelia, aiutato da un gruppo di strumentisti dal valore poco evidenziato se non dal tocco di evidente originalità di ciò che folk non è se non di nome.

Unici momenti evidenziati sono l’opprimente “Song Of The Magician” che rappresenta un pesante macigno onirico e “Song Slowly Song“, anticamera dello stesso paradosso sonnambulo. Il resto è riempitivo ed retorico, ma intrappolata nella sua voce un’enorme potenzialità: tutto sta a riuscire a non imbrigliarla e a farla fluire liberamente all’esterno.

Prigione!

Voto: 3


Articolo pubblicato il martedì, aprile 11th, 2006 alle 11:58 pm.
Categoria: '60.

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