I blues non riposano mai. Finché ci sarà un cuore stanco di battere ma un istinto ancora duro a morire, ecco che loro si faranno sentire con più vigore e forza che mai. Lasciati in sospeso in qualche raccordo ferroviario abbandonato, sono stati agganciati ad una locomotiva fantasma e si sono riappropriati della vita, facendosene gioco con il loro pungente sarcasmo.

Eccoli lì, ghignanti, a pizzicare la batteria in “Sex Beat” per enfatizzare il grado di emergenza lirica al quale sono costretti. Riposano, poi si posano sulla cima di un albero come vecchi corvi per poi volare in picchiata aggredendo, beccando, eccitando. Lo stridere di chitarra che apre “Preaching The Blues” è solo l’antipasto che verrà riproposto ad ogni portata, e sempre più saporito: la locomotiva procede nelle valli desertiche per poi essere aggredita da questo sciame irridente che esaspera i toni fino a produrre un deragliamento urgente. E la corsa pazza fino al burrone dell’incoscienza. Mentre i blues – soddisfatti – festeggiano e si affollano nella mente come particelle impazzite, la scossa nervosa bypassa il basso ventre e finisce alle gambe per poi salire fino agli arti superiori in un impeto sensuale, sessuale, che non porta a nulla di buono. Solo guai.

Serve la pausa post-sbronza? Ecchilosà: “Promise Me” procede con il trascinarsi delle catene spettrali nelle magioni di un corpo mollemente dondolante. La presenza c’è, e si sente, ma in fin dei conti passa per la porta di dietro, per cui non dà poi tanto disturbo, mentre “She’s Like Heroin To Me” rimette in circolo quel sangue che si andava coagulando per l’ingresso della seconda svestizione. In “For The Love Of Ivy” la chitarra apre una porta come se fosse padrona di casa, ma è furtiva, schiva gli sguardi, sembra riflettere l’immagine de il-gatto-e-la-volpe, ma è invitante e sul suo incedere ci si può lasciar cullare; nel salone ci accoglie una batteria quanto mai tranquilla, come a voler tranquillizzare: improvvisamente dal soffitto sembra precipitare una presenza, ma pare più un’illusione ottica data dai numerosi specchi presenti in sala, anche se tale impressione si ripresenta regolarmente fino a che non si elicita, esausta, in uno scrosciare di sardonici attacchi dall’alto con il chiaro intento di sfinire. Lo scopo è quello di assalire, frastornare, investire fino al pieno controllo dei sensi in un’insalata di varia insanità. C’è la grazia dei poveri di spirito, l’immaginazione sull’intento, l’intento sull’esecuzione, che procede a spezzoni, monconi ricuciti che gridano “identità!”. E la ricevono. “Fire Spirit” è sesso con i propri sensi, masturbazione sessuale per riuscire a far venire fuori i propri demoni interni e scalcarli in un fazzoletto di urla e riff anneganti. Il risveglio dei blues che entrano sotto la pelle e che vanno via – temporaneamente – solo inorgogliti da urla e imbarazzanti crepitii. “Goodbye Johnny” non è un commiato: è un divertito arrivederci. Da non crederci.

Brivido!

Voto: 7,3


Articolo pubblicato il giovedì, aprile 13th, 2006 alle 8:53 pm.
Categoria: '80.

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