Patrizia e Alfredo sono una di quelle coppie già scritte. Fidanzati da sempre, stesse scuole, stessi amici, stessa vita. Non gli è andata sempre bene, nella loro fino ad allora breve esistenza, ma hanno sempre saputo scavalcare le difficoltà con una buona dose di forza di volontà e la giusta spinta d’amore. Come quella volta che Alfredo fu licenziato dalla botteguccia dove faticava: ottocento euro al mese (a nero, ovviamente) per dieci ore di lavoro al giorno, sabato inclusi. Ma Alfredo non era uno che si abbatteva: “Un giorno mi prenderò cura di te – le diceva convinto – e saremo felici”. Patrizia gli accarezzava il capo e gli dava fiducia.

Alla fine Alfredo trovò un bel lavoro d’aiutante in un panificio: mille euro al mese e fu anche messo a posto. E con i cinquecento che Patrizia riusciva a fare con la sua cucitrice, era finalmente venuto il momento di metter su famiglia. Le case a Marano, si sa, sono care, ma con un briciolo di fortuna e con l’aiuto delle famiglie, riuscirono ad aprire un mutuo per quei trecentotrentamila euro che ci volevano.

Nel giorno del loro matrimonio, quando finalmente poterono mettere il primo piede oltre la porta di quella casa finita, fu il momento più bello della loro vita. Erano i primi di marzo del 2008 e per loro non poteva andare meglio. Un paio di mesi dopo, forse di più, i tumulti che succedevano a pochi metri da casa loro, li scossero un po’, ma che potevano fare? Da qualche parte quella discarica andava messa e loro non volevano fare i guastafeste della situazione: “Lasciamo che le cose vadano come deve andare”, disse Alfredo a Patrizia sul loro dolce letto Ikea.

Agosto 2008. La puzza delle ecoballe si faceva insopportabile. Alfredo e Patrizia non poterono prenotare il viaggio, perchè quest’ultima era in dolce attesa e a rischio gravidanza. E poi non avevano molti soldi da spendere. Il caldo si faceva sempre più afoso, sempre più asfissiante. Il condizionatore era una spesa che non potevano sostenere, ed erano costretti a tenere le finestre aperte e lasciare che quell’aria mefitica filtrasse le loro narici e si insinuasse nella loro mente. Le difficoltà, comunque, erano spazzate via ogni volta che Alfredo le accarezzava il pancia e le cantava quelle canzoni del primo Pino Daniele, le stesse che li avevano fatti innamorare.

Una notte, poi, Patrizia cominciò ad urinare sangue. “Oh mio dio!”, urlò Alfredo in preda al panico. Al Pronto Soccorso furono gentili con lei, ma molto preoccupati per il bambino. “Mi prometta, signora, che berrà solo acqua minerale: mai più quella dal rubinetto”. “Ma a Marano l’acqua è stata sempre buona: più di trent’anni che vivo qui e non ha mai dovuto comprare una sola bottigliella di Ferrarelle”, si lamentò Alfredo sconsolato. I risultati delle analisi fatte il giorno dopo, comunque, dimostrarono che lei e il bambino erano in perfetta forma.

Il caldo non si manifesta mai nelle sue tinte più scure che nella notte. Patrizia prese a sé il braccio di Alfredo, e con una leggera carezza cominciò a chiamarlo: “Amò, sveglia”. Alfredo voleva bestemmiare in cirillico: da lì a due ore avrebbe dovuto svegliarsi per cominciare il lavoro, ma era un uomo paziente e con un sorriso aprì il cuore della moglie. “Amò ci ho pensato, ci sto pensando da un po’ di giorni: io non voglio che Giulio – si, ci ho pensato, lo chiameremo Giulio – cresca in questo postaccio, con questa puzza e con l’acqua inquinata. Voglio andarmene da qui“. Alfredo scosse la testa e chiuse gli occhi, poi si girò su un fianco e ansimò: “Si, va bene, ne parliamo meglio domani”, ed esausto riprese a dormire.

La settimana dopo fu un giro continuo fra agenzie immobiliari e le offerte, impietose, si aggiravano fra i centosettanta e i centonovantamila euro. “Difficilmente farete di più, signora: Marano non è più zona abitabile, ormai”. Patrizia e Alfredo si guardarono a lungo negli occhi, e non poterono che asciugarsi le lacrime l’uno con l’altra.

Giorgio, comunque, cresceva bene: era un ragazzino molto sveglio, seppure irrequieto. Aveva da poco cominciato la terza elementare ed aveva tanti amici. La sua vita era normale, ma ultimamente perdeva un po’ troppo spesso il sangue dal naso e la mattina aveva molte difficoltà ad alzarsi dal letto. Patrizia decise un bel giorno di portarlo dal medico e vedere un po’ la situazione: le mamme napoletane sono sempre le più apprensive del mondo. “Vi devo dare una cattiva notizia, signora”. Patrizia non sapeva se ce l’avrebbe fatta. Era inutile tergiversare, conosceva benissimo il problema che il dottore avrebbe prospettato: l’aveva già visto annunciare talmente tante di quelle volte – alla sorella, alla madre, al figlio della signora Adele, a Salvatore il fruttivendolo – che non riusciva a non smettere di pensare all’ipotesi più negativa di tutte. “E’ leucemia, purtroppo”.

Patrizia pianse per giorni, Alfredo affrescava le notti del suo dolore: Giorgio sarebbe finito, strappato via alla vita nel fiore degli anni e chiuso dentro una bara bianca dalla quale sarebbe uscito solo sotto forma di ossicine bianche. Non ce l’avrebbe mai fatta. Quella notte Alfredo si strappò via quei pochi capelli che gli erano rimasti, poi aspettò che sia Giorgio che Patrizia fossero andati a letto e girò, dunque, la chiavetta del gas. Si poggiò silenziosamente sul suo letto e aspettò che l’acre odore del gas annunciasse il dolce sapore del riposo eterno. Per un istante, però, aprì gli occhi e una scena gli si parò davanti: suo cugino Luigi, pantaloni azzurri e maglietta bianca, che gli parlava chiaramente. “Dobbiamo lottare, dobbiamo fare in modo che questa discarica non si faccia: ci rovinerà tutti”. “Ma cosa vuoi che succeda, Luigi? Qualcuno dovrà pur prendere questo fardello, qualcuno dovrà pure sacrificarsi per gli altri”. “E voi che siano i nostri figli? I tuoi figli? Dobbiamo lottare, Alfrè, perché se non lottiamo ce ne pentiremo amaramente“.

Fu proprio Luigi a trovare, l’indomani, il corpo senza vita di quei tre cristiani. Urlò, quindi chiamò i carabinieri, poi pianse. E quando tutto fu finito, ripensò anche lui a quel discorso, fatto tanti anni prima, in cui quel cugino troppo ingenuo consegnò le chiavi del proprio futuro e della propria famiglia in mano al suo senso civico, al suo senso dello Stato, alla sua responsabilità sociale. E gli spuntò un lungo, amaro sorriso.


Articolo pubblicato il domenica, maggio 25th, 2008 alle 8:03 pm.
Categoria: Racconti.

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